RISCOPRIRE LE NOSTRE RADICI, VISITANDO IL MUSEO STORICO DELLA MOTORIZZAZIONE MILITARE, È INTERESSANTE PER CHIUNQUE, MA SOPRATTUTTO PER GLI AUTIERI
In occasione di ogni visita, si percepisce il valore etico delle tradizioni del Corpo Automobilistico (oggi Arma dei Trasporti e Materiali), e si può ammirare la passione e la competenza del personale che si dedica alla conservazione di questo immenso patrimonio museale
Roma-Cecchignola, 20 dicembre 2025
Visitare il Museo Storico della Motorizzazione Militare suscita un’alchimia di emozioni che spaziano dall’ammirazione per l’ingegneria e l’inventiva dei pionieri della Motorizzazione Militare, all’emozione per il passato glorioso di ogni mezzo in esposizione, passando per il senso di orgoglio di appartenere a una nazione che ha scritto la storia dell’automobilismo militare e civile, senza trascurare i sentimenti di meraviglia che ispirano i pezzi pregiati in esposizione. L’associazione Nazionale Autieri d’Italia (ANAI) in occasione del 70° Anniversario della costituzione del museo (1955-2025) ha peraltro condotto a termine un importante progetto editoriale, realizzando il volume “Al silenzioso rombo dei motori-Il Museo Storico della Motorizzazione Militare e le sue collezioni” di Emanuele Martinez, edito da Cengemi. La buona conservazione di questo straordinario plesso comporta un’immensa gratitudine nei confronti del Direttore del Museo, Tenente Colonnello Natale Bultrini, oltre che verso i Sottufficiali e Graduati che curano con passione e abnegazione i preziosi cimeli presenti nel museo. Come Direttore della rivista “L’AUTIERE” non posso che essere fiero di dirigere un periodico con una gloriosa storia alle spalle, testimoniata da alcune numeri molto antichi esposti in bacheca presso il museo. Il 20 dicembre 2025, due dei curatori delle nostre radici motoristiche, ovvero i Graduati Aiutanti Massimo Capozio e Morzillo Lorenzo, hanno guidato una delegazione in visita al museo, composta dallo scrivente, dal Capitano (Croce Rossa Italiana) Mario Verzolini, dalla redattrice della rivista “L’AUTIERE” Lucia Pavone e dalla dott.ssa Chiara Alesiani (Croce Rossa Italiana). I predetti Graduati, profondi conoscitori del cimeli esposti nel museo, hanno illustrato ottimamente la storia e le caratteristiche tecniche di ogni mezzo, rendendone comprensibile l’alta valenza storica e culturale, oltre a raccontare i mille segreti dei molti mezzi a due e quattro ruote esposti, risalenti agli albori della Motorizzazione Militare e poi impiegati durante la Grande Guerra e fino alla seconda guerra mondiale. Di particolare interesse per lo scrivente, un’uniforme esposta presso il museo, risalente al periodo della Grande Guerra (quando ancora non esisteva il Corpo Automobilistico) di un Automobilista militare appartenente a una delle sei Compagnie Automobilisti di un Reggimento di Artiglieria. Tale uniforme, con mostrine di Artiglieria, riporta sulla manica sinistra il simbolo (un veicolo a 4 ruote ricamato in oro) che contraddistingueva gli Automobilisti militari. La costituzione delle “Compagnie Automobilisti” iniziò il 1 ottobre 1912 e venne completata il 15 novembre dello stesso anno. Si scelse di trasformare 6 delle 40 “Compagnie del Treno di Artiglieria” in altrettante “Compagnie Automobilisti”. I precursori degli attuali Autieri, ovvero gli “Automobilisti militari”, quali Sandro Pertini (1^ Compagnia automobilisti), Ettore Guizzardi (5^ Compagnia automobilisti), Tazio Nuvolari (6^ Compagnia Automobilisti) ecc., prestarono servizio in una di queste gloriose Unità. Ecco le loro sedi e in quale Reggimento vennero allocate: 1a Compagnia Automobilisti, con sede a Torino, formata dal 25° Reggimento Artiglieria da campagna; 2a Compagnia Automobilisti, con sede a Monza, formata dal Reggimento Artiglieria a cavallo; 3a Compagnia Automobilisti, con sede a Bologna, formata dal 3° Reggimento Artiglieria da campagna; 4a Compagnia Automobilisti, con sede a Piacenza, formata dal 4° Reggimento Artiglieria da campagna; 5a Compagnia Automobilisti, con sede a Roma, formata dal 13° Reggimento Artiglieria da campagna; 6a Compagnia Automobilisti, con sede a Mantova, formata dal Reggimento Artiglieria a cavallo.
La visita è stata completata con un tuffo nel Regno Sabaudo. I predetti Graduati hanno spiegato le caratteristiche di alcune carrozze usate dai regnanti e risalenti al XVIII secolo, con relative uniformi originali di palafrenieri e cocchieri. La visita è risultata un arricchimento culturale ed emotivo per tutti. Numerosi erano anche gli altri visitatori esterni (soprattutto turisti, anche stranieri). Faccio presente che la visita del museo è consentita il sabato dalle ore 9,00 alle ore 12,00 con ingresso libero. Dal lunedì al venerdì solo gruppi su prenotazione. In ogni caso è opportuno segnalare i nominativi dei visitatori e la targa dell’autoveicolo preventivamente alla mail:
museomotorizzazione@comtramat.esercito.difesa.it
Il museo è peraltro accessibile anche ai disabili, parcheggiando il veicolo sul retro del piano rialzato dei padiglioni (evitando le scale di accesso anteriori).
Colgo l’occasione per evidenziare le caratteristiche di due dei mezzi esposti, non potendoli citare tutti: l’Alfa Romeo 6C 2500 cc Coloniale del 1942 e il Motociclo Frera 500 cc de 1916.
Alfa Romeo 6C 2500 Coloniale (1939 – 1942)
La vettura nacque dietro specifica del Ministero della Guerra per una versione militare da impiegare nelle colonie italiane. Nel 1939 iniziò lo sviluppo della “Coloniale”, destinata ai Comandanti e alle massime Autorità di Governo, con la realizzazione di due prototipi che, nell’ottobre dello stesso anno, vennero inviati sulle piste rocciose dell’Africa orientale italiana (AOI). Qui le vetture coprirono il percorso Asmara-Addis Abeba alla velocità media di 71 km/h ed il percorso Dire Daua-Addis Abeba a 74 km/h. Le prove permisero di sperimentare la carburazione a 2000 metri di altitudine, sull’altopiano etiopico ed il raffreddamento alle temperature africane. La messa a punto proseguì per tutto il 1940 e il 1941, quando la versione definitiva entrò in produzione e venne inviata sul fronte nordafricano e su quello russo. Dal 1941 al 1943 le officine dell’Alfa Romeo produssero per il Regio Esercito 150 esemplari della vettura, ai quali si aggiunsero 50 esemplari nella versione Alfa Romeo 6C Coloniale chiusa, ordinate nel dicembre 1941 per le truppe sul fronte orientale, e 44 Coloniali standard. Questa tipologia di vettura rimase in servizio dopo la guerra, con l’Esercito italiano, fino al 1955 circa. Si tratta di un’automobile militare con carrozzeria a torpedo scoperto, dotata di ampi parafanghi a copertura delle ruote anteriori. Nella parte anteriore è situato il cofano del motore, con apertura su entrambi i lati e chiuso anteriormente dalla calandra; nella parte posteriore invece si trova il baule. L’automobile dispone di due fanali anteriori posizionati ai lati della calandra e di due fanalini di coda sistemati sul bordo inferiore della carrozzeria; nella parte centrale delle fiancate sono posti gli indicatori di direzione. L’automobile dispone di quattro portiere laterali attraverso cui accedere ai sedili in pelle dell’abitacolo, all’interno del quale possono trovare spazio cinque persone compreso il guidatore. Il posto di guida è a destra; la leva del cambio è centrale e comanda quattro marce più la retromarcia.
Motociclo Frera 500 cc de 1916
Frera HP 4 ¾, prodotta nel 1916, motore di 500 cc, distribuzione rotonda, una delle prime motociclette dotate di cambio a 3 marce e da qui il moto è trasferito alla ruota posteriore tramite catena e corona, ancora attuali sulle motociclette dei nostri giorni. Corrado Frera, soprannominato “Il tedesco”, era nato il 23 marzo 1859 a Kreuznach, da famiglia di origini francesi, e si era trasferito a Milano nel 1885. Una volta ottenuta la cittadinanza, Frera avviò nel capoluogo lombardo un negozio di giocattoli; passò poi alla vendita di articoli in gomma per ciclisti che ben presto ampliò con l’attività di riparazione e vendita di biciclette e poi di motociclette. Negli ultimi anni dell’Ottocento, il negozio-officina di piazza Missori, era divenuto uno dei principali punti di riferimento dei ciclisti e motociclisti milanesi, nel quale si potevano acquistare particolari motociclette con motori svizzeri Zürcher o Lühti, montati su telai ciclistici rinforzati, appositamente realizzati dalla tedesca Neckarsulmer Pfeil e assemblati da Corrado Frera. Nel 1903, data la grande richiesta, venne impiantata la fabbrica di biciclette Corrado Frera & C. a Tradate, all’epoca in provincia di Como e ben collegata dalla ferrovia con Milano, che due anni dopo verrà trasformata in casa motociclistica. Fondata nel 1905 col nome di Società Anonima Frera da Corrado Frera, è stata tra le prime case motociclistiche italiane e tra le più grandi dell’epoca come volume produttivo. Nel 1908 arrivarono le prime commesse militari dai Bersaglieri, e nel 1911 l’azienda fu ulteriormente rafforzata dalle commesse dell’Esercito, che acquistò importanti quantitativi di biciclette a motore e motociclette. Nei primi anni di attività le moto Frera montavano propulsori costruiti dalla tedesca NSU o dalla franco-svizzera Zedel. Poi si passò alla costruzione di questi ultimi su licenza nella fabbrica di Tradate fino al 1914, anno in cui l’azienda iniziò a progettare e produrre in proprio i motori. Il suo successo commerciale è dovuto alla bontà dei modelli ed alle commesse militari, infatti la Frera fu il maggiore fornitore di motociclette del Regio Esercito durante la prima guerra mondiale. La Frera partecipò anche alle competizioni ciclistiche e motociclistiche, riportando numerose vittorie; tra queste ricordiamo la Roma-Napoli-Roma del 1912 e il Raid Nord-Sud nel 1923 e nel 1925; da segnalare che, nel 1920, fu la prima azienda italiana a progettare motociclette esplicitamente destinate alle corse. Nel 1919 venne aperto un secondo stabilimento, il “Frera 2”, destinato all’assemblaggio, al magazzino e alle attività di amministrazione. La produzione della Frera seguiva e anticipava in molti casi la velocissima evoluzione dei motocicli di quegli anni e andava dai primi modelli con motore monocilindrico da 1,25 cavalli e telai rigidi fino ai modelli con motori bicilindrici a V (motore V2) con cilindrate fino a 1140 cm³ e trasmissioni a catena, per tornare ai monocilindrici con distribuzione a 4 valvole in testa e sospensioni a parallelogramma anteriormente e forcellone oscillante posteriormente. La grossa cilindrata di alcuni modelli consentiva il felice abbinamento ad un sidecar.
